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La terra trema a Norcia e i suoi abitanti, come le lumache, hanno sviluppato un epifragma, membrana che protegge dalle asperità fisiche e morali. I loro corpi sono al sicuro, sigillati dalla conchiglia, ma alcune minuscole fessure che s’aprono nella materia calcarea permettono loro, comunque, di respirare. La metafora della lumaca, epigona di quell’ideale dell’ostrica di verghiana, scolastica memoria, permea Il lento inverno, lungometraggio di Andrea Sbarretti, a livello narrativo – i protagonisti sono membri di una famiglia di allevatori di lumache – e a livello per così dire ideologico, di poetica: l’interesse del regista ternano è, in tutta evidenza, rivolto agli ultimi, agli offesi, a coloro che, come i molluschi, hanno bisogno di ergere una corazza contro i colpi inferti da una natura infidamente benevola, che li accoglie per poi tradirli quando si mostrano più esposti e vulnerabili. Il cinema che Sbarretti vorrebbe esprimere è un’esplorazione, condotta con una sensibilità paesaggistica senz’altro promettente, della provincia e delle sue macerie, sia quelle prodotte da una terribile calamità naturale quale il terremoto, sia quelle invisibili dovute a un attaccamento al territorio che è insieme volontà di resistenza e castrante immobilismo. Il lento inverno è una storia d’amore e speranza, ambientata nella profonda provincia umbra colpita dal terremoto. (Carolina Iacucci - Cinematographe.it)